Una donna toscana di 55 anni, affetta da sclerosi multipla avanzata e quasi totalmente paralizzata, ha ottenuto l’autorizzazione al suicidio medicalmente assistito. Tuttavia, non può attuarlo: in Italia non esistono strumenti che le consentano di somministrarsi da sola il farmaco letale.
Lo hanno confermato Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e Consiglio Superiore di Sanità: al momento, nessun dispositivo permette l’autosomministrazione tramite comandi oculari o vocali.
Di fatto, il diritto di Libera resta sospeso.
La Corte costituzionale aveva già stabilito, con la sentenza 242/2019, che il suicidio assistito è possibile solo se il paziente è in grado di agire autonomamente. Ma nel caso di Libera ciò è fisicamente impossibile, e chi la aiutasse rischierebbe l’accusa di omicidio del consenziente.
Questo vuoto normativo produce un paradosso crudele: chi può muovere un dito ha accesso al diritto, chi non può ne resta escluso.
Il caso di Libera riporta così al centro la necessità di una legge sul fine vita, perché un diritto solo teorico non è ancora libertà.
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